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Scrivere di pittura: Julian Barnes, Con un occhio aperto

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I libri più brutti del 2019, e poi pure i libri più belli...

Alle prese con una sfiancante influenza e in procinto di affrontare un noiosissimo Natale, sono qui per rivelarvi i libri che ho più amato e quelli che ho più odiato nel 2019 . Per quel che riguarda lo stile di questo blog, partirò di nuovo uggiolando dal peggio e dallo schifo, ovvero dalle cinque o sei o sette pubblicazioni più brutte dell’anno. Detto tra voi e me, Andres Numan con Frattura ci ha fracassato ciò che rimaneva della nostra indulgenza verso la narrativa sentimentàl-storica. Quando l’irrazionalismo sudamericano si contamina con il gusto epico e moralista statunitense succede questo: che anche un giovane autore di talento diventa in due pagine vecchio, disprezzabile e palloso. Non mi è piaciuto nemmeno un po’ Il regno dei fossili di Davide Orecchio (uscito per Il Saggiatore), che sembra una summa di tutti i nuovi, tremendi cliché del romanzo deforme, iperspecialistico e infine distopico all’italiana. Una cosa arrogante e soporifera. Quanto poi

La Cagliosa di Giuseppe Franza

Premessa. I romanzi su Napoli mi sono sempre stati un po' antipatici. Colpa del soggetto: Napoli. Ma immagino che l'essere casertano, vivere cioè non troppo vicino e neanche troppo lontano dal capoluogo di regione, mi conceda tutte le ragioni che voglio atte a giustificare un tale preconcetto. Il problema è che i romanzi napoletani non riescono quasi mai a staccarsi da quel penoso e falsificato colore locale pseudofolcloristico, dalla peculiarità contraddittoria del sentimento violento e della violenza sentimentale. La presenza di Napoli guasta fatalmente e già in partenza qualsiasi romanzo napoletano. Anche quando la si denuncia, lo si fa con acritico e interessato amore. Lo stereotipo è immanente, e quanto più l'autore cerca di aggirarlo, allontanarsene, tanto più l'effetto appare determinato da esso. In Cagliosa di Giuseppe Franza , romanzo uscito dal catalogo di Ortica, Napoli c'è dall'inizio alla fine, in ogni frase, in ogni scena, ma non è una Napol

I dieci libri più il cesso di Camilleri

Spesso l'intelligenza e l'ironia sono destinate ad allontanarsi l'una dall'altra proprio nella misura in cui cercano di essere avvicinate a forza. Intelligente Camilleri lo sembrava. Ironico anche, in un suo peculiare e antipatico modo, per meglio dire attempato e prudente per interesse, quindi fiacco. Annoiava e scivolava nel brutto ogni volta che tentava di mostrarsi intelligente attraverso l'ironia o ironico tramite l'intelligenza. Andava molto meglio e creava cose di valore quando invece si limitava attraverso il mestiere e puntava tutto, spudoratamente, al fine del prodotto. Lo scrittore Camilleri può essere oggi giudicato come maestro artigiano, voce rispettabile ma non letterariamente irreprensibile, e colpevole di tante rotture di coglioni. Un fabbro di frasi fatte, su cui mormorare giudizi sfatti. Dicono che abbia lasciato un grande vuoto nella letteratura italiana... Ma che esagerazione! Il vuoto, se è davvero vuoto, è mediatico, quindi agevolmente

Pezzi di Andrea Pezzi

Rimpiangete mai voi stessi? Vi capita di affogare nell'acidulo ricordo dell'intelligenza che dimostravate in adolescenza, quando vi bastava uno sguardo per capire chi era degno e chi non si poteva sopportare e non meritava alcun rispetto? A rovinarci, immagino, deve per forza intervenire qualcosa di orribile, come l'età, con la sua cultura di tolleranze e seconde opportunità, sguardi più profondi e ragioni meno istintive. Lo studio, la responsabilità, la pietà, la disperazione, la tristezza... tutte cose che scimuniscono l'essere umano. Per esempio, ricordo di quando guardavo MTV e vedevo Andrea Pezzi , il vj, che sorrideva entusiasta, crepitante di commenti, smorfie, appelli, energie nervose, mostrando le gengive, insomma lo fissavo e ogni volta pensavo: questo è un falsone, uno spietato pronto alle peggiori nefandezze pur di apparire, un superficiale dalla stempiatura alla suola dei mocassini. Lo trovavo assolutamente falso e fastidioso quando cominciò ad allarg

La mappa di Remoria

Ahimè, il sottotitolo lo spiega fin troppo chiaramente: qui si parla di una "città invertita", apocrificizzando il trascurabile nel mito, la deiezione nel nutriente, la squallida concretezza del dato ingiustificabile di fatto nel reattivo controracconto di un sogno di impossibile indipendenza e fascino. Eppure avevo creduto di poter trovare qualcosa di sincero, di interessante e istruttivo in questo pseudo saggio sulla tormentata e sgarrupata periferia romana... Invece: niente. Ed è terribile, miei cari. Ma con quale cuore, mi domando e dico, con quale fine, uno scrittore può permettersi di prendere tra le mani tutto questo marcio, questo complicatissimo e immanentissimo disagio, per farne polpetta gourment di riciclo e ristoro controculturale a uso e consumo di una nicchia che è pura espressione di un annoiato e infecondo agio? Qui i mali storici e i caratteri fondamentali del degrado delle periferie vengono mutate in trasognante antitesi dialettica, in farmaco (droga r

Andrés Neuman, Frattura

Andrés Neuman è un modesto scrittore, fatto di bolanite, rodolfowolshite e borgesite. Un esibizionista di novecentismi, col vizio della poesia e del racconto brevissimo. Argentino trapiantato a Madrid. Olè. Un tessitore di intrighi opachi, con il senso del tutto che appare, oh che meraviglia, solo alla fine, quando ti allontani dall'opera e noti l'incanto della trama riverberata nell'ordito, lo speciale che irrompe dal quotidiano, la grande storia riconsiderata a partire e per finire dalle piccole storie, le tante piccolissime ragioni particolari e screziate che si fanno tessere di un mosaico sintetico. La ricomposizione di un disastro. Ogni crepa che acquista un senso. La grande metafora di un'antica, affascinante e inutile arte giapponese, il kintsugi: il riparare gli oggetti scassati con l'oro. Un bel tuffo nella facile retorica, nel poderosamente drammatico, nell'ovvio. L'ovvio complicato in superficie e un po' poetico e nebuloso che piace un sa